Il valore di un errore
Da qualche tempo mi capita sempre più spesso di osservare immagini create dall’intelligenza artificiale. Alcune sono incredibili. Suggestive, tecnicamente impeccabili, capaci di stupire in pochi secondi.
Eppure, ogni volta che le guardo, mi ritrovo a farmi la stessa domanda: come possiamo spiegare il valore di un’opera umana in un mondo dove un’immagine può essere generata in pochi istanti?
Non è una domanda semplice. E non credo abbia una risposta definitiva.
Io, per esempio, non sono affatto contraria all’intelligenza artificiale. Anzi.
Mi affascina. Cerco di capirla, di studiarla, di usarla dove può davvero aiutarmi. La utilizzo per organizzare il lavoro, per mettere ordine tra le idee, per comprendere meglio il funzionamento dei social, per orientarmi tra algoritmi, statistiche, SEO, engagement, insight e tutte quelle parole che, per una cinquantenne che non viene dal mondo del marketing, a volte sembrano scritte in una lingua sconosciuta.
Se uno strumento mi permette di risparmiare tempo nella parte più tecnica del mio lavoro, ben venga.
Perché quel tempo posso investirlo dove conta davvero.
Davanti a un foglio bianco.
Lì, però, non voglio scorciatoie.
La creatività, la fantasia, il colore, il segno deciso o quello timido, il dubbio, il ripensamento… quelli voglio che restino miei.
Mi piace dipingere ad acquerello proprio perché non perdona.
L’acqua prende decisioni che io non avevo previsto.
I pigmenti si incontrano, si allontanano, si espandono.
A volte nasce qualcosa di meraviglioso.
Altre volte no.
E sapete una cosa?
Mi piace anche quando sbaglio.
Mi piace rifare tutto da capo.
Mi piace ricominciare un disegno che non mi convince, anche se significa perdere ore di lavoro.
Perché quelle ore non sono perse.
Sono il percorso che mi ha portata fino a quel risultato.
È forse per questo che, quando provo a disegnare in digitale, mi sento sempre un po’ a disagio.
Lo so che può sembrare assurdo.
Con un semplice clic posso annullare ogni errore.
Posso tornare indietro tutte le volte che voglio.
Eppure proprio quella possibilità mi mette in difficoltà.
Perché il segno cancellato smette di raccontare la storia del disegno.
È come se sparisse anche il tentativo.
L’esitazione.
L’incertezza.
Tutto ciò che rende quel lavoro davvero mio.
Forse è una questione di carattere.
O forse è il motivo per cui continuo ad amare così tanto la carta.
Quando acquistiamo un’opera realizzata da una persona non stiamo comprando soltanto un’immagine.
Stiamo portando a casa il tempo che è stato necessario per crearla.
Le prove finite nel cestino.
Le macchie d’acqua.
I fogli ricominciati.
Le mani sporche di colore.
I dubbi.
Le idee cambiate all’ultimo momento.
Le giornate in cui nulla sembrava funzionare.
E anche quelle in cui, quasi per magia, tutto ha trovato il proprio posto.
L’intelligenza artificiale può produrre immagini straordinarie.
Ma non ha vissuto il percorso che quelle immagini rappresentano.
Non ha esitato davanti a una scelta.
Non ha avuto paura di rovinare un foglio.
Non ha deciso di lasciare una pennellata imperfetta perché, in fondo, era proprio quella a renderla viva.
Forse il valore dell’arte umana non sta più soltanto nel risultato finale.
Forse sta nella sua storia.
In tutte quelle cose invisibili che nessun algoritmo potrà mai mostrare.
Ed è proprio lì che continuo a trovare il senso del mio lavoro.
Non nella ricerca della perfezione.
Ma nella libertà di sbagliare.
Perché, a volte, è proprio dentro un errore che nasce qualcosa che nessuno aveva previsto.
Nemmeno io.